UNA VISIONE POLITICA MATURA E CONSAPEVOLE NEGLI ATTORI LOCALI
Gli strumenti della coprogrammazione e coprogettazione rappresentano oggi una straordinaria opportunità per costruire forme di welfare territoriale più avanzate, efficaci e soddisfacenti. Il ruolo imprescindibile della comunità locale.
- Citazione: Mariani, R. (2025), Perché è necessaria una visione politica matura e consapevole negli attori locali, in Stanghellini A., Gillini G.M., Brunod, M. (2025). Coprogettazione sociale e beni comuni, Trento: Erickson
La stagione, non sempre felice, delle agende collaborative tra Pubblica amministrazione e Terzo settore ha bisogno di essere ripensata meglio, ricalibrata meglio. Non tanto nell’applicazione delle tecniche e delle procedure di coprogrammazione e coprogettazione ma nella scelta che le determina e nella visione strategico-politica che dovrebbe connotarle. Le diverse analisi che si susseguono oggi nel mondo accademico, sulle riviste di settore, nei convegni intorno all’ambivalente sorte di questi strumenti, segnalano sintomaticamente che manca una parte di elaborazione di pensiero. Che viene prima. Che dovrebbe essere fondativa del coprogrammare e coprogettare. Che dovrebbe e potrebbe rispondere in primis alla domanda fatidica: perché coprogrammare e coprogettare? E’ inutile girarci troppo intorno. La questione del “perché” è eminentemente politica e non riguarda solo la parte pubblica ma anche quella del privato sociale. Dirigersi verso una strategia della solidarietà e non della concorrenza significa avvalersi e dotarsi di una motivazione politica lucida e argomentata, infondere una direzione alla vita comune, tracciare la rotta del “verso dove” accompagnare la propria comunità. E queste sono dimensioni del pensare e dell’agire politico, non amministrativo, non procedurale, non tecnico. Questi vengono immediatamente dopo. Si decide di fare coprogrammazione e coprogettazione perché si sta effettuando una scelta di campo di natura politica. Subito dopo ci si dedicherà al come, appoggiandosi al sapere e alla competenza dei tecnici.
Ci si deve riappropriare di un lessico comune che ristabilisca un ordine di senso e di scopo ai ruoli istituzionali e politici. In questo tempo di incertezze, di fatiche, di complessità crescenti si dovrebbe favorire l’allestimento di un cantiere ideativo e creativo che abbia a cuore la riformulazione e l’elaborazione di una prospettiva strategica in seno al governo delle comunità locali e territoriali. Una sorta di ripartenza dal basso, insomma. Per rigenerare saperi e poteri volti ad occuparsi della res publica in primo luogo, incrementando e alimentando il livello di consapevolezza nei processi decisionali volti all’adozione degli strumenti collaborativi. Le esperienze territoriali ci raccontano, spesso, che la scelta di adoperare dispositivi coprogrammatori e/o coprogettuali appartiene alle funzioni dirigenziali degli enti locali, con scarsa (a volte nulla) partecipazione della parte politica. Che in alcuni casi aderisce ex post più o meno forzatamente e che in altri resta quasi all’oscuro della rotta intrapresa. Di qui il rischio che l’avventura collaborativa tra Pubblica amministrazione e Privato sociale poggi su basi parziali e prevalentemente tecniche, senza afflato strategico politico e senza definire un quadro di medio lungo termine in merito ai processi e ai percorsi di evoluzione comunitaria sui temi sociali e non soltanto.
Ma così si depotenzia e si impoverisce il significato dell’alleanza tra Enti locali ed Enti del Terzo settore, che risiede o dovrebbe risiedere principalmente nella condivisione di una traiettoria di pensiero ed azione (di teoria e prassi si sarebbe detto un tempo…) finalizzate a migliorare la vita comunitaria, la coesione e l’inclusione sociali. A fronteggiare le crescenti fragilità e vulnerabilità. Alleanza volta a dirsi e a promettersi e ri-promettersi che solo una salda co-costruzione di strategie territoriali condivise può fare la differenza oggigiorno nella ricomposizione e ricombinazione di risorse economiche, organizzative, professionali, relazionali ecc. E che questo ha un ineludibile punto di innesco: pubblico e privato sociale devono parlarsi, riconoscersi, fidarsi e lavorare insieme. E poi allargare il perimetro del welfare coinvolgendo tutti gli altri communityholder (associazioni, fondazioni, imprese, sindacati, parrocchie, scuole…) disponibili ad assumersi una quota di responsabilità sociale condivisa sui temi del vivere comunitario, sino a vere e proprie forme di cittadinanza attiva concrete e operative.
Questa è la sfida cruciale da intraprendere. Ma non può essere lasciata alle più o meno illuminate esperienze in corso nei diversi territori italiani. Esperienze ancora poco conosciute e comunicate su larga scala e che rischiano di fare luce solo a se stesse. Peraltro assoggettate ed esposte alle inevitabili fibrillazioni del quadro politico ed elettorale. C’è un grande lavoro da svolgere e bisogna intestarselo. Tutti. Enti locali, Ambiti territoriali, Terzo settore, mondo accademico ecc. Per riposizionarsi si deve conoscere e riconoscere la posta in gioco che è la tenuta della coesione sociale da un lato e il rilancio evolutivo delle nostre comunità di appartenenza dall’altro. Per scongiurare l’entropia e la chiusura regressiva di fronte alle paure di non farcela e alle tante criticità sociali, familiari, esistenziali.
Gli amministratori pubblici, i Sindaci, gli Assessori, i consiglieri devono essere coinvolti sin da subito nelle logiche sottese al coprogrammare e coprogettare. Non può essere accettabile una conoscenza “di sponda” o veicolata dalla parte tecnica a quella politica. Se è vero – come è del resto vero – che anche il Decreto ministeriale 72 del 31.03.2021 (“Linee guida sul rapporto tra pubbliche amministrazioni ed enti del Terzo settore negli articoli 55-57 del decreto legislativo n.117 del 2027” – pag.5) invita ad assumere un’ opzione politica nel momento in cui la Pubblica amministrazione, in particolare, si trova a scegliere tra principio di concorrenza o principio di sussidiarietà orizzontale, allora non ci sono più alibi per nessuno (neanche per il Terzo settore ma ne scrivo più avanti) nel doversi calare in una postura decisionale strettamente politica e strategica e non soltanto amministrativa e procedurale. Se l’altro con cui ci si vuole relazionare sarà una controparte (“logica appaltistica”) o un partner (“logica collaborativa”) non lo si può decidere sulla scorta di un postulato tecnico. Essere una controparte o un partner apre a semantiche vertiginosamente divaricanti e traccia un limite e una tendenza, soprattutto di matrice culturale, destinati a restare scissi. Con la controparte fisso confini e regole rigide a cui questa si deve attenere. Con il partner co-costruisco piste di lavoro destinate a sconfinare e condivido le regole a cui ci dobbiamo entrambi attenere. Che differenza di poco conto…Scegliere da che parte stare (principio di concorrenza o principio di solidarietà) è un processo di pensiero assolutamente non superficiale perché l’incipit valutativo e decisionale determina e condiziona fortemente tutto ciò che avverrà nel prosieguo. Adottare il principio della concorrenza o il principio della solidarietà, in materia di welfare, non può essere affidato, per usare un’espressione volutamente provocatoria…al lancio dei dadi…
Il testo completo è all’interno del volume Co-progettazione sociale e beni comuni