GEN-Z. IL POTERE TRASFORMATIVO DI UNA GENERAZIONE

Ennio Ripamonti

Riflettere sulla condizione giovanile a partire dalla demografia è, oggi più che mai, indispensabile in quanto la struttura della popolazione influenza in modo significativo  spazi, ruoli, opportunità e vincoli a disposizione delle nuove generazioni


  • Citazione: Ripamonti E. (2026), GenZ: il potere trasformativo di una generazione minoritaria e necessaria in “Iride” Supsi-Deass, 20, maggio 2026

È importante sottolineare, con una formula apparentemente paradossale, che i giovani non sono sempre esistiti, ma sono stati “inventati”. L’idea di una condizione sociale specifica e distinta che si colloca fra l’infanzia e l’età adulta è, infatti, databile a poco più di un secolo fa. La soggettività collettiva dei ragazzi e delle ragazze comincia a manifestarsi sulla scena pubblica già durante il XIX secolo, in pieno romanticismo, incontrando una forte reazione dell’establishment adulto delle società dell’epoca. È con la pubblicazione del celebre saggio Adolescence (1904) che si teorizza l’esistenza di uno spazio biologico e psicologico a sé e s’invitano gli adulti a considerare che, per il completo apprendistato della vita, i giovani hanno bisogno di riposo, tempo libero, arti, leggende, romanticismo e idealismi. È a partire da queste questioni che prende vita lo scoutismo (1907) un movimento finalizzato a educare i giovani delle classi più povere che influenzerà in maniera considerevole i programmi giovanili negli anni seguenti.

Essere minoranza non è un vantaggio. Negli Stati Uniti dei primi anni Cinquanta viene introdotto il termine teenager e i giovani cominciano ad assumere caratteri sempre più specifici: aumenta la scolarità e appaiono consumi distinguibili su base anagrafica, soprattutto nella musica e nel cinema. Sono gli anni in cui si forgia, soprattutto ad opera del mercato, la prima generazione di giovani in senso proprio, costitutivamente diversa dai genitori e immersa in una differente modernità fatta di canzoni, libri, riviste, film e vestiti tutti per loro. Il termine boomer (abbreviazione di baby boomer), oggi usato in modo ironico (e non di rado sarcastico) per definire persone con mentalità, abitudini o opinioni considerate superate, si riferisce esattamente ai nati tra il 1946 e il 1964, durante il boom demografico ed economico post-Seconda Guerra Mondiale; una generazione influenzata dall’ottimismo nella ricostruzione, dall’espansione del welfare e da un’idea, allora molto concreta, che il futuro sarebbe stato migliore del presente.
La demografia, oggi come ieri, consente quindi di studiare quali equilibri sociali si stanno formando, quali tensioni intergenerazionali possono emergere e quali interventi risultano necessari per garantire coesione, equità e sviluppo. Quando si prende in esame la distribuzione per età, ad esempio, risulta più facile capire quali gruppi sociali hanno maggiore peso numerico e quali rischiano di essere marginali. Se una generazione è demograficamente ridotta, rischia di avere meno voce nelle decisioni collettive, meno attenzione nelle politiche pubbliche e meno risorse dedicate. In un contesto, come quello ticinese, in cui la natalità diminuisce e le generazioni più anziane crescono numericamente, i giovani diventano una componente sempre più ridotta del corpo sociale: questo incide sulla loro visibilità, sulle loro possibilità di influenzare le scelte collettive e sulla quantità di risorse che le istituzioni decidono di destinare loro. In altre parole: essere una minoranza non è un vantaggio.
Numerose ricerche hanno messo in luce quanto le società con una forte presenza giovanile tendono storicamente a essere più dinamiche, innovative e orientate al cambiamento. La letteratura sociologica e politologica mostra come le coorti giovani, entrando nel mercato del lavoro e nei circuiti della partecipazione, introducano nuove forme di socialità, ridefiniscano i confini del possibile e alimentino processi di trasformazione culturale ed economica. Sappiamo, infatti, che la presenza di una popolazione giovane favorisce non solo una maggiore competizione e mobilità, ma anche una più intensa produzione di innovazione sociale. Quasi un secolo fa Karl Mannheim, nel suo celebre saggio Das Problem der Generationen (1928), sottolineava come le generazioni non siano semplici coorti anagrafiche, ma gruppi portatori di nuove visioni del mondo, capaci di imprimere direzioni inedite al cambiamento sociale. Ciò significa che i giovani di una stessa epoca vivono esperienze formative simili, sviluppano sensibilità affini e interpretano la realtà attraverso lenti condivise. Le generazioni, per il sociologo tedesco, non sono entità statiche ma immerse in un rapporto dinamico con quelle precedenti e successive, un rapporto fatto di continuità ma anche di tensione creativa.

Il «carico di innovazione» potenziale. Gli studi di Norman Ryder (1965) confermano e rinforzano l’idea che i giovani svolgono un ruolo decisivo nel processo di cambiamento sociale, non perché essi siano portatori “naturali” di innovazione, ma per una ragione strutturale: le coorti giovani sono quelle che entrano nel sistema sociale quando questo è già stato costruito da generazioni precedenti. Questa posizione di “nuovi arrivati” le rende meno vincolate alle istituzioni esistenti e più disponibili a mettere in discussione norme, ruoli e aspettative consolidate. Secondo il sociologo americano ogni coorte porta con sé un insieme di orientamenti e disposizioni che si formano durante l’ingresso nella vita adulta. Ciò che per le generazioni più anziane può apparire come una rottura, per i giovani è semplicemente il contesto in cui si formano. Da qui deriva il concetto di «carico di innovazione»: i giovani non innovano perché sono giovani in senso psicologico, ma perché occupano una posizione sociale che li espone a condizioni nuove e li rende meno investiti nella difesa dell’ordine esistente. Con l’avanzare dell’età, secondo Ryder, gli individui tendono a stabilizzarsi nei ruoli sociali, a investire nelle istituzioni e a sviluppare un interesse crescente per la continuità. È un processo fisiologico, non ideologico: la stessa coorte che da giovane introduce innovazioni, da adulta tenderà a difendere ciò che ha contribuito a costruire.
In questa prospettiva, la presenza numerica dei giovani diventa un fattore cruciale. Quando le coorti giovani sono numerose, la società è più permeabile al cambiamento e le istituzioni devono adattarsi a nuove domande, stili di vita e forme di partecipazione. Al contrario, quando le coorti giovani si riducono, come accade nelle società che invecchiano, la capacità innovativa complessiva diminuisce, perché il peso relativo delle generazioni più integrate e orientate alla stabilità cresce. Un esempio emblematico a questo riguardo è rappresentato dal diverso “peso sociale” della cosiddetta Generazione Z (l’insieme dei nati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni Dieci del Duemila) nei paesi del Sud globale e in Occidente. Se nel primo caso la GenZ è spesso protagonista di movimenti sociali capaci di incidere profondamente sulle trasformazioni politiche e culturali, nel secondo essa fatica a prendere voce in modo rilevante.
In molte società africane e asiatiche, caratterizzate da istituzioni fragili, sistemi politici più permeabili e forti disuguaglianze, i giovani rappresentano una quota demografica molto ampia e costituiscono una forza sociale difficilmente ignorabile, combinando massa critica, creatività e un forte senso di urgenza rispetto al futuro. Nei paesi occidentali, di contro, la partecipazione giovanile tende a essere alta in forme informali ma bassa in quelle istituzionali, segno di una distanza crescente tra giovani e sistemi politici tradizionali. A ciò si aggiunge un fattore culturale: molti giovani europei vivono una condizione di precarietà che li spinge a concentrarsi su percorsi individuali di stabilizzazione (studio, lavoro, casa) più che su forme collettive di mobilitazione.

La scrittrice irlandese Sally Rooney in Beautiful World, Where Are You (2021) intercetta con precisione quasi chirurgica il clima emotivo, le tensioni morali e la fatica di crescere della cosiddetta GenZ, in un mondo percepito come fragile e in declino. Dal romanzo emerge una generazione iper‑consapevole, affettivamente fragile ma desiderosa di intimità, politicamente sensibile ma schiacciata dall’impotenza, connessa ma profondamente sola. Rooney mette in luce anche un certo disincanto politico: i giovani dei suoi romanzi percepiscono con lucidità le ingiustizie del mondo, ma faticano a trovare strumenti concreti per trasformare questa consapevolezza in azione. Eppure, proprio dentro queste fragilità si rivelano le potenzialità più significative della GenZ: giovani capaci di una sensibilità etica profonda, attenti alle dinamiche di potere e alle ferite invisibili che attraversano le relazioni.

L’articolo completo è disponibile al sito della Iride Supsi-Deass 20-2026