FAR SPAZIO AL PROTAGONISMO DELL’HOMO COOPERANS

Davide Boniforti

Sette «alleati» per una nuova politica dell’umanità nei territori: allestire contesti di confronto, trasformare bordi, avvicinare mondi, divergere attenzioni, riscoprire impegno, scambiare pratiche e formare nuove professionisti della relazione


Citazione: Boniforti, D. (2025), Far spazio al protagonismo dell’homo cooperans, in Camarlinghi, R. & D’Angella, F, (a cura di), (2024). Il lavoro sociale in ottica di comunità. Torino: Le Matite di Animazione Sociale


Siamo profondamente le situazioni nelle quali viviamo [1], un incrocio di storie nelle quali esercitiamo più parti: un giorno spettatori, altre volte protagonisti, altre ancora sceneggiatori. In ogni caso siamo volenti o nolenti parte di un sistema in grado di ispirare più o meno intenzionalmente la nostra opinione e di orientarci nei pensieri e nelle scelte. All’alba della tanto agognata uscita dalla pandemia possiamo decidere di ascoltare i racconti di questo difficile anno, soprattutto dalla voce di chi ha avuto un ruolo attivo. L’esperienza di distanziamento fisico ha rappresentato una sfida per tutti i progetti e gli interventi che hanno messo al centro il lavoro di comunità e soprattutto il desiderio di sviluppare accoglienza. La minaccia dell’altro, potenziale portatore di un virus pericoloso e immateriale, ha scatenato l’esigenza di ricercare incessantemente un “colpevole” visibile, per restituire senso e soddisfare l’illusione di controllare le situazioni. Nel più complesso rapporto tra individuo e collettività, l’esperienza di molte persone ha restituito un segnale importante, dove il ruolo di cittadini e operatori ha reso evidente l’autenticità dell’homo cooperans[2]: un’immagine spesso fortemente messa a dura a prova dall’informazione mainstream e dai messaggi evocati dai principali media, che cercano di risolvere la sfida dell’integrazione adottando soluzioni spesso semplicistiche e parziali. Superare una narrativa effimera, sovente ancorata ad un passato per molti seducente, ci spinge a progettare nel presente e nel futuro azioni e pensieri in grado di accompagnare le persone verso storie differenti.

In questo virtuoso incontro un obiettivo sicuramente importante nel periodo post-covid sarà quello di costruire una “politica dell’umanità”, così come evocata dal filosofo Edgar Morin[3], capace di “inglobare e non sopprimere le diverse civiltà” e di portare al centro ciò che ci accomuna veramente, ossia l’appartenenza al comune genere umano. Abbiamo così necessità di ascoltare e generare racconti che ci aiutino a congedarci dal cosiddetto “mondo ordinario” in cui abitualmente viviamo, fortemente noto a chi si occupa di raccontare o scrivere storie[4]. È la “zona di conforto” dove ci abbandoniamo alla tradizione, alla consuetudine e alla difesa instancabile delle nostre pratiche, avvertendo qualsiasi prospettiva di cambiamento come una minaccia ad un’identità da difendere. Per farlo dobbiamo innanzitutto riconoscere queste resistenze, nominarle e accompagnarle dolcemente verso nuove direzioni. Un processo sorprendente e faticoso, specialmente per chi si trova ogni giorno ad affrontare la sfida dell’accoglienza, tra le roboanti pagine dei principali quotidiani e il prevalere dell’opinione pubblica. Nell’affrontare queste sfide, le esperienze di operatori e volontari hanno raccontato durante questo periodo narrative capaci di far emergere una visione meno cinica e cupa dell’umanità, portando in evidenza la sua capacità empatica e pro-sociale.

Lo sviluppo di comunità è un approccio che non si esaurisce nella messa in atto di strumenti e tecniche, ma che riscopre fortemente il desiderio di agire con “metodo”, accompagnandoci nel cuore della sua etimologia[5]. Sviluppare comunità significa infatti mettere in campo la possibilità di “imboccare un cammino” insieme alla gente, per affrontare il tema dell’accoglienza facendo tesoro degli imprevisti incontrati sul percorso. Un processo che richiede impegno e responsabilità collettiva, ma che necessita anche di lasciare spazio alle motivazioni, alle idee e soprattutto al senso del possibile di ciascuno. Ed eccoci sulla soglia, davanti alla scelta di compiere anche noi il faticoso “viaggio dell’eroe” attraversando un mondo straordinario che, proprio per sua definizione, è abitato da incertezze più che da sicurezze, ma che può contare su validi “alleati” per affrontare il percorso. Proviamo pertanto a tratteggiarne alcuni, immaginando che possano essere da stimolo per nuove idee e processi progettuali.

Rendere sensibili i territori: allestire contesti di confronto e di scambio di narrative “Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito”. Antoine de Saint-Exupéry, in questo celebre ed evocativo aforisma invita ad una visione semplice, ma allo stesso tempo coraggiosa. La cultura dell’accoglienza, spesso immersa in una prospettiva orientata all’azione, ha bisogno di essere innanzitutto pensata e confrontata. I diversi studi sulla promozione del contatto sociale mostrano quanto non sia sufficiente abitare in un quartiere multietnico per affrontare i pregiudizi, ma come sia importante allestire situazioni in cui poter mettere in moto la celebre “ipotesi del buon contatto” studiata da Gordon Allport[6], attraverso la pazienza, il tempo e soprattutto il dialogo. I setting formativi e concertativi rivolti alla comunità possono essere dei buoni alleati, capaci di evocare anticorpi sociali attraverso diversi codici e linguaggi. Per questo è importante allestire occasioni di dialogo e confronto con gli abitanti, ad esempio di una medesima via o di un quartiere, prima e dopo l’arrivo di nuove persone, per potersi confrontare attorno ad eventuali timori e fare gradualmente esperienza del valore generato dall’incontro.

Ciò significa dotarsi di una passione interessata alle storie, alle preoccupazioni e alle sfumature della vita delle persone. Nel contempo, come operatori, sarà importante allenarsi alla convinzione che il cambiamento sia possibile ascoltando anche le paure di chi accoglie e aiutando a trasformare i loro dubbi, grazie alla visibilità e alla partecipazione ai racconti di vita di chi arriva. Storie “alla luce del sole”, non solo per gli addetti al lavoro, che abitano i luoghi frequentati quotidianamente dalla comunità. Antologie potenti, ricche di vitalità e di intricati labirinti spesso faticosi da percorrere. Incontrare l’altro vuol dire far proprio quello che si ascolta, accogliere la tensione e l’incoerenza, i nostri pregiudizi, che necessitano di essere nominati e affrontati. L’ascolto di storie e la partecipazione attiva sono processi che incidono fortemente sulla mente umana e sulle relazioni. Come citato dallo scrittore Will Storr, studioso del rapporto tra narrazione e impatti cerebrali, “il trasporto narrativo prima cambia le persone, poi cambia il mondo”[7]. Da ciò deriva un modo diverso di guardare alla propria famiglia, al proprio vicinato, fino al mondo intero. Un “racconto comunitario” che offra consapevolezza non solo di un patrimonio valoriale, quanto del coraggio e del senso di universalità che persone e gruppi hanno dato vita per mettere in risalto l’umanità.

Il testo completo è inserito nel volume pubblicato dalle Matite di Animazione sociale


[1] Benasayag, M., Schmit. G. (2003). L’epoca delle passioni tristi. Milano: Feltrinelli.
[2] Bregman, R. (2020). Una storia (non cinica) dell’umanità. Milano: Feltrinelli.
[3] Morin, E. (2020), Cambiamo strada. Le 15 lezioni del Coronavirus. Milano: Raffaello Cortina.
[4] Vogler, C. (2010). Il viaggio dell’eroe. La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e cinema. Roma: Dino Audino Editore.
[5] dalla parola greca methòdos (μέϑοδος), a sua volta composta dalla particella «mèta» (μετα) che indica “superamento” e dalla parola «hodós», cioè “cammino”, “via”.
[6] Allport, G. W. (1954). The nature of prejudice. Cambridge USA: Addison-Wesley.
[7] Storr W. (2020). La scienza dello storytelling. Come le storie incantano il cervello. Torino: Codice edizioni.
[8] Sennet, R. (2018). Costruire e abitare. Etica per la città. Milano: Feltrinelli.
[9] Putnam, R.D. (2000). Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. New York: Simon & Schuster.
[10] Julien F. (2016). L’identità culturale non esiste. Torino: Einaudi.
[11] Ibid.
[12] Meneghini, A. M., Morgano, A., Stanzani, S., Pozzi,M., Marta, E., Lenzi, M., Santinello, M. (2016). Il volontariato episodico per grandi eventi e i volontari a Expo Milano 2015 Volontariato post-moderno. Da Expo Milano 2015 alle nuove forme di impegno sociale. Milano: Franco Angeli.
[13] Huizinga, J. (2002). Homo ludens. Torino: Einaudi.
[14] Esposito, R. (2021). Istituzioni. Milano: Feltrinelli.
[15] Definizione tratta da Dizionario Treccani
[16] Wenger, E. (2006). Comunità di pratiche. Milano: Raffaello Cortina.
[17] Han, B-C. (2017). L’espulsione dell’Altro. Milano: Nottetempo