PERCHE’ FARE WELFARE E’ UN’IMPRESA COLLABORATIVA

Ennio Ripamonti
Editore: Erickson

Gli strumenti della coprogrammazione e coprogettazione rappresentano oggi una straordinaria opportunità per costruire forme di welfare territoriale più avanzate, efficaci e soddisfacenti. Il ruolo imprescindibile della comunità locale.


  • Citazione: Ripamonti, E. (2025), Perché fare welfare è un’impresa collaborativa, in Stanghellini A., Gillini G.M., Brunod, M. (2025). Coprogettazione sociale e beni comuni, Trento: Erickson

Costruire un welfare plurale e inclusivo. Possiamo definire la coprogettazione e la coprogrammazione (co-pro), sia come dispositivi «procedurali» che come modelli «processuali», da situare in una prospettiva politico-culturale caratterizzata da democrazia partecipativa e collaborazione sociale. Provenendo da una formazione e un orientamento incentrato sullo Sviluppo di comunità (Community Development) abbiamo sempre puntato ad un approccio che cercasse di andare oltre i “soliti noti”. Oltre i professionisti dei servizi e, per certi versi, anche oltre quelli che attualmente vengono chiamati Enti di Terzo Settore, attori fondamentali, sia chiaro, ma che non esauriscono le potenzialità di azione di un territorio[1]. L’approccio settoriale alle questioni sociali, anche nella sua versione più vitale fatta di entusiasmo e abnegazione, si mostra sempre più inadeguato ad affrontare i problemi contemporanei.  Ci riferiamo a un fenomeno riscontrabile sia sul piano personale (l’azione isolata del singolo operatore) sia sul piano organizzativo (l’azione isolata e scollegata di svariati attori sociali). D’altro canto, viviamo un’epoca in cui l’eccesso di auto-referenzialità e individualismo ci consegna un paesaggio culturale dove s’intravvedono a fatica valori condivisi e dove l’enfasi dell’interesse privato e particolare rischia di creare profondi squilibri. Questo ci porta ad affermare che gli strumenti a orientamento co-pro hanno bisogno di essere interpretati in maniera aperta e inclusiva, allargando il perimetro degli attori e coltivando un’intensa dinamica collaborativa. Non è eccessivo affermare che la collaborazione sia uno dei processi politico-culturali cardine della nostra epoca[2], un processo che ha bisogno di essere infrastrutturato e supportato sul piano tecnico-metodologico, con strategie, strumenti e tecniche coerenti e adeguate[3]. È indubbio che con l’irruzione dell’epidemia da Covid-19 il settore pubblico ha conosciuto una rinnovata centralità e protagonismo, basti pensare all’intensificazione delle politiche di welfare dell’amministrazione Biden negli Stati Uniti o al forte investimento del programma Next Generation Eu dell’Unione Europea. Non a caso il Festival dell’Economia di Trento del 2021 si era eloquentemente intitolato “Il ritorno dello stato” e diverse ricerche hanno segnalato una maggiore legittimazione dei sistemi di welfare europei.

Il welfare è il frutto migliore della democrazia. In un recente saggio dal titolo Who’s afraid of the welfare state now? si sostiene, ad esempio, che negli scorsi anni è cresciuta la consapevolezza di quanto sistemi di protezione sociale robusti e ben disegnati svolgano un ruolo fondamentale per la costruzione di società coese e economie solide[4]. Dopo una lunga stagione segnata dalla critica neoliberista al welfare pubblico si è cominciato a registrare un segnale di controtendenza, a partire dalla proclamazione del Pilastro europeo dei diritti sociali (2017), un’iniziativa tesa a ridurre le disuguaglianze e rafforzare l’inclusione all’interno dell’Unione Europea. L’importanza dei sistemi di protezione sociale per la salute e il benessere dei cittadini è diventata ancora più evidente nello scenario pandemico e post-pandemico. Se da una parte, quindi, il welfare non sembra fare più paura, dall’altra si osserva l’ascesa di una prospettiva che possiamo chiamare sciovinistica, basata sulla messa in discussione del carattere universalistico e inclusivo dei sistemi di protezione sociale[5]. L’idea è che l’accesso al welfare debba essere sottoposto ad una serie di criteri identitari, culturali e di appartenenza. Questa ridefinizione restrittiva dei servizi pubblici, bandiera di molti partiti e movimenti xenofobi e nazionalistici, fa perno su una sorta di “comunità di meritevoli” e alimenta dinamiche di discriminazione istituzionale. Se nei paesi in cui lo Stato Sociale è forte e strutturato la proposta è quella di escludere gli stranieri dal sistema, in quelli in cui il welfare è meno strutturato (come l’Italia) i motivi dello sciovinismo sono proprio i limiti di servizi e prestazioni, che non possono essere ulteriormente messi sotto pressione. L’universalismo è un elemento costituivo del modello sociale europeo e i sistemi di welfare rappresentano il frutto migliore delle nostre democrazie. Se non si fanno politiche di prevenzione le disuguaglianze crescono, con un forte impatto sulla salute e il benessere di ampi segmenti della popolazione[6].

Creare densità istituzionale. Per contrastare questa deriva sono necessarie politiche aperte e inclusive e forme di governance caratterizzate da una compartecipazione plurima di istituzioni e attori sociali quantitativamente elevata e qualitativamente differenziata. È proprio la costruzione di questa densità istituzionale che consente di affrontare con maggiore efficacia quei problemi la cui complessità richiede imprescindibilmente la messa in campo di azioni congiunte. Va detto che queste politiche sono chiaramente figlie della crisi di rappresentatività e di legittimazione delle istituzioni pubbliche, sempre più spesso incapaci ad affrontare e risolvere i problemi che le interpellano. Il concetto stesso di governance può essere visto come il tentativo di riconfigurare la relazione pubblico-privato nell’ambito di una comune strategia d’intervento che li vede entrambe impegnati in compiti d’interesse collettivo. Questo implica un rilevante cambiamento rispetto al piano delle competenze, dei compiti e delle funzioni. Si viene a ridisegnare il ruolo complessivo dello Stato (nelle sue diverse articolazioni istituzionali e territoriali), meno incentrato sul comando e il controllo e più proiettato sulla facilitazione e il coordinamento dei processi decisionali e sulla promozione di coesione sociale dando vita, in tal modo, ad una nuova generazione di servizi pubblici[7].

Tutto ciò richiede immaginazione e investimento, ideale e pragmatico, nell’arricchimento delle forme di democrazia. Ragion per cui nelle politiche di governance oltre alla forma fondamentale della democrazia rappresentativa (elezioni) si cerca di affiancare, integrandole in modo congruente, approcci quali la democrazia deliberativa e la democrazia partecipativa. Ogni sistema politico democratico presuppone una struttura per decidere e una struttura per partecipare. La minima struttura per partecipare è quella finalizzata a costruire la legittimità della struttura per decidere. In questo caso, si presuppone che la partecipazione si esaurisca interamente nell’azione di votare e, di conseguenza, la struttura per partecipare diventa, di fatto, una struttura per votare, mentre la partecipazione si presenta nella forma di routine consolidate che riguardano esclusivamente le istituzioni di rappresentanza. Come scrive Edgar Morin: La democrazia si fonda sul controllo dell’apparato di potere da parte dei controllati e, con ciò, riduce l’asservimento; in questo senso la democrazia è più che un regime politico, è la rigenerazione continua di un anello complesso e retroattivo: i cittadini producono la democrazia che produce i cittadini[8]. Ed è proprio questo circuito generativo fra democrazia e cittadinanza che è al centro dei mutamenti significativi sul fronte del cosiddetto «secondo welfare»: welfare aziendale territoriale, welfare filantropico e welfare di prossimità[9].

I problemi sociali sono problemi comuni. Se è vero che i sistemi di welfare più avanzati non possono più fare leva sul solo protagonismo del pubblico è altrettanto vero che non possono risolversi in un “ballo a due” fra Stato e Terzo Settore. È indubbio che il miglior terzo settore italiano sia un formidabile incubatore di intelligenze, idee e progettualità innovative, oltre che un affidabile gestore di servizi. Le realtà più interessanti di questo mondo riescono a coniugare la qualità degli interventi individuali (servizi alla persona) con la capacità di generare legami sociali, contribuendo in tal modo a «fare comunità»[10]. Oltre al binomio Stato-Terzo Settore vanno perciò considerati i contributi che provengono dal variegato universo dell’impegno sociale diffuso e delle imprese. Nella nostra esperienza di lavoro sociale territoriale capita sempre più frequentemente di incontrare interlocutori inediti: dall’azienda agrituristica all’artigiano del quartiere, dalla filiale di una catena della grande distribuzione alla piccola pizzeria di paese, dallo studio professionale all’istituto di credito, dalla start up tecnologica al negozio di prossimità. Certo, la situazione è diversa da regione a regione, in una città di piccole dimensioni o in un’area metropolitana densamente popolata, ma il fenomeno è interessante, anche perché recupera e riprende una tradizione che in Italia ha avuto esperienze significative e che oggi è al centro del dibattito e delle sperimentazioni della cosiddetta «economia civile», una concezione del rapporto mercato-società che si basa su principi “altri” dal solo profitto e scambio strumentale e dove socialità, felicità e bene comune possono essere riscoperte proprio in chiave economica.

Va inoltre considerato quell’universo variegato di attivismo e impegno civico, fatto di singoli cittadini, gruppi o associazioni che non vogliono o non possono diventare Enti del Terzo Settore: insegnanti-volontari, sacerdoti, animatori, anziani attivi, genitori, compagnie teatrali, giovani professionisti, collettivi studenteschi o artistici, allenatori, ecoattivisti, sindacalisti e altro ancora. L’universo stesso dell’impegno solidaristico è caratterizzato da significative trasformazioni, con l’emergere di forme di volontariato episodico, intermittente e informale, non riconducibile a precise affiliazioni e appartenenze organizzative. Se da un lato questo fenomeno interpella la capacità di rinnovamento delle organizzazioni tradizionali e il loro appeal pubblico, dall’altro lato apre spazi a nuove forme d’impegno civico, molecolari e multiformi, sganciate dalla classica (e fondamentale) partecipazione associativa. Sotto la superficie di un Paese “sonnambulo”, come lo definisce l’ultimo Rapporto del Censis[11], si può scorgere un numero crescente di cittadine e cittadini impegnati nella cura degli spazi urbani di prossimità (giardini, aiuole, campi gioco), nell’organizzazione di attività ludiche e educative in collaborazione con la scuola dei figli, in programmi di recupero con ragazzi in difficoltà, di inclusione sociale con persone migranti e di crescita culturale senza indossare la casacca di un’organizzazione, forse perché il piacere della partecipazione e i benefici che gli individui si attendono dall’adesione ad un’attività socialmente utile hanno un’attrattiva propria, non hanno bisogno della cinghia di trasmissione dei circuiti associativi[12]. La consapevolezza circa l’opportunità di coinvolgere e valorizzare questa pluralità di attori locali nell’ambito delle politiche e dei programmi sociali è cresciuta nel tempo e oggi appare matura, quanto meno sul piano delle dichiarazioni.

Alla radice della collaborazione: riconoscimento e solidarietà. Da questo punto di vista i percorsi di coprogettazione e coprogrammazione più avanzati possono costituire un’architettura procedurale e organizzativa in grado di catalizzare, coordinare e sostenere l’azione degli attori sociali, dai più vicini e consueti nel rapporto con le istituzioni pubbliche ai più lontani e inconsueti, ma non per questo meno significativi. Una parte rilevante delle policy e dei programmi sociali è fondamentalmente orientata ad affrontare problemi (disagio, povertà, esclusione, dipendenza, violenza, solitudine, etc.). I modi e le forme in cui questa complessa attività viene organizzata e condotta risulta decisivo rispetto all’efficacia. È importante chiarire alcune questioni di fondo che ruotano intorno al concetto di «problema», un’espressione che utilizziamo quotidianamente, sia nella sfera personale che nella vita pubblica, ma il cui significato non possiamo dare per scontato.  Da un certo punto di vista potremmo descrivere l’intera l’attività umana come una continua ricerca di soluzioni a problemi, piccoli o grandi che siano. Per semplicità possiamo parlare di problema nel caso in una situazione nella quale un soggetto (individuale o collettivo) avverte una difficoltà e/o una mancanza che è motivo di disagio e/o di insoddisfazione.  Così descritti i problemi si presentano come fenomeni relativi e soggettivi, in un duplice senso: a) poiché implicano la presenza di soggettività umane che li qualifichino come tali (“c’è un problema quando qualcuno avverte una determinata situazione come problematica”);  b) perché chiamano in causa l’esistenza di molteplici visioni a riguardo (“la stessa situazione può essere avvertita come problematica da qualcuno e non problematica da altri”). Detto in altri termini sono problematiche le situazioni che s’intendono modificare rendendole (quantomeno) accettabili.

Le situazioni-problema che ci si trova oggi ad affrontare con approcci co-pro mettono in luce la centralità di due processi sociali quanto mai delicati: il riconoscimento e la solidarietà. Gli studi del filosofo tedesco Axel Honneth hanno consentito di comprendere a fondo la centralità dei fenomeni di riconoscimento, cioè del processo attraverso cui un attore sociale prende consapevolezza di sé e viene collocato e apprezzato. Per Honneth l’uomo disprezzato, umiliato e senza riconoscimenti, perde la sua integrità, i suoi diritti e la sua autonomia personale e morale. Da parte di soggetti deboli e marginali il processo di riconoscimento del punto di vista rispetto ad una determinata situazione-problematica chiama in causa dimensioni di senso e di identità ad almeno tre livelli: relazioni primarie, relazioni giuridiche e comunità etica[13]. Prima ancora della risoluzione (più o meno compiuta) di un certo problema ci misuriamo con la legittimazione di chi lo vive e, in mancanza di ciò, con una spirale di ingiustizia e umiliazione che colpisce l’integrità, i diritti e l’autonomia morale delle persone. Per questo motivo un approccio co-pro aperto e inclusivo non può prescindere da un vasto e profondo impegno di riconoscimento di ogni soggettività coinvolta, in particolare se fragile, precaria e/o minoritaria. Questo significa, per dirlo in maniera più esplicita, un chiaro impegno nel coinvolgimento e la valorizzazione del punto di vista dei beneficiari stessi di una policy o di un programma sociale, come vedremo meglio di seguito.

Un secondo processo sociale decisivo è rappresentato dalla solidarietà. Con questo concetto non intendiamo un vago e indistinto sentimento di benevolenza (peraltro apprezzabile, sia chiaro), né tantomeno una generica propensione al confronto e al dialogo. A differenza dell’identità, la solidarietà non si presenta come un attributo del soggetto ma come qualcosa che si genera attraverso un’azione intenzionale nel mondo. Detto in altri termini la solidarietà non è «data» ma deve essere «creata», va costruita e non trovata. Possiamo dire che la solidarietà produce comunità e allo stesso tempo ci è radicata; quindi, è contemporaneamente un mezzo e un fine. Così concepita la solidarietà è la pratica di aiutare le persone a rendersi conto che sono o, meglio, siamo, tutti sulla stessa barca. L’analisi semantica ci aiuta a trovare la radice di senso più profonda di questo fenomeno, oggi quantomai in crisi. Nel Diritto Romano per descrivere le persone che avevamo un debito in comune si usava l’espressione in solidum, designando in tal mondo una identità comune (e accomunante), un obbligo collettivo, una responsabilità e un rischio condiviso. In altri termini, in fatto di avere dei problemi come gruppo costituiva la base stessa della solidarietà e, per estensione, della comunità. Tutto questo ha un impatto rilevante nella riflessione che stiamo conducendo. Ogni processo di co-progettazione e co-programmazione si fonda infatti sull’idea che i problemi sociali sono problemi comuni. Una solidarietà che aspiri al cambiamento e alla trasformazione impone non solo di vedere i problemi degli altri e farsene carico emotivamente, ma anche di riconoscere gli altri come uguali, superando le differenze senza cancellarle. Da questo punto di vista promuovere dinamiche solidali significa sviluppare anticorpi all’indifferenza e all’egoismo, consentendo a soggetti altrimenti isolati di andare oltre le proprie limitate esperienze personali, costruire coalizioni e sviluppare partecipazione sociale. La partecipazione è un processo decisivo per chiunque decida di sviluppare policy, programmi, progetti e servizi in un’ottica co-pro. Una forte sollecitazione sul tema arriva dall’autorevole voce della Commissione Europea la quale, in una recente Raccomandazione, scrive: Nei processi di elaborazione delle politiche pubbliche è opportuno promuovere attivamente un coinvolgimento inclusivo ed effettivo tra autorità pubbliche e cittadini, organizzazioni della società civile e difensori dei diritti umani. I processi di elaborazione delle politiche pubbliche non riguardano in alcun modo le decisioni individuali dell’amministrazione che potrebbero incidere sui diritti delle persone. Le autorità pubbliche devono adottare un approccio su misura, in quanto le condizioni di partecipazione non sono le stesse per i singoli cittadini e per le organizzazioni della società civile[14].

L’importanza di questo fenomeno per la salute di una democrazia e il benessere dei suoi cittadini è reso evidente anche dalla scelta di ISTAT di inserirlo come un nuovo indicatore di misurazione del Benessere equo e solidale della società italiana[15]. È interessante constatare, fra l’altro, che nello stesso report si segnala una progressiva ripresa della partecipazione nell’anno 2022, dopo il forte calo registrato nel biennio 2020-2021 a causa delle misure adottate per contrastare la pandemia. Un’ulteriore conferma di questa ripresa arriva da una ricerca del 2023 in cui si parla espressamente di revival partecipativo, con un ritorno dell’attivismo civico italiano con numeri analoghi alla fase pre-covid[16]. Questa notizia è solo parzialmente positiva. Sappiamo infatti che molti indicatori segnalano una disaffezione partecipativa nel nostro Paese, soprattutto sul versante politico-elettorale, con una scarsa affluenza alle urne anche a livello locale, tradizionalmente più resistente alla crisi della rappresentanza.  L’idea che le persone devono poter influenzare le decisioni che riguardano la loro vita è ampiamente sostenuta in campo politico (quantomeno sul piano delle dichiarazioni) e costituisce un principio fondamentale dello Sviluppo di comunità. Una vasta letteratura internazionale ha dimostrato che la costruzione partecipata di policy e programmi sociali offre diversi vantaggi rispetto alla qualità delle decisioni e allo sviluppo di competenze civiche: le decisioni sono più attuabili, legittime, sostenibili e meno soggette a contestazioni poiché tengono conto delle esigenze e degli interessi di tutte le parti interessate; si rafforzano le capacità degli attori sociali nell’interagire fra di loro in maniera costruttiva, gestire decisioni complicate e risolvere controversie; aumentano le probabilità di trovare soluzioni più efficaci e durature in presenza di problemi difficili[17].

Per questo insieme di motivi un approccio co-pro può ampliare il campo partecipativo, contribuendo, in tal modo, ad aumentare il grado di trasparenza, responsività, responsabilità, equità ed efficienza di policy, programmi e interventi. Così interpretato questo approccio riprende e rinforza la cultura della sussidiarietà, soprattutto in senso orizzontale. Una caratteristica saliente della sussidiarietà orizzontale, com’è noto, è quella di consumare fiducia per produrre ancor più fiducia fra gli attori sociali. La stessa dinamica è riscontrabile nella democrazia deliberativa, un approccio che consuma capitale sociale e produce ulteriore capitale sociale[18]. È necessaria, cioè una base iniziale di fiducia, un investimento di avvio, affinché gli attori sociali decidano di lavorare insieme per un obiettivo comune; se questa fiducia viene gestita bene durante l’evoluzione del processo tenderà ad aumentare. Parliamo di vera e propria politica di sussidiarietà in presenza di regole che ne istituzionalizzano l’assetto formale e quando si attiva un sistema di relazioni che produce e garantisce l’applicazione di queste regole. In questo senso possiamo dire che gli strumenti co-pro ben disegnati e implementati possono contribuire fattivamente alla crescita di una politica di sussidiarietà. Nel valutare un’amministrazione pubblica (sia centrale che locale) è possibile utilizzare due criteri fondamentali: la sua performance democratica (coerenza fra processi decisionali e principi democratici) e la sua performance operativa (capacità di produrre risultati concreti con impatti positivo per la comunità). In relazione al primo criterio si può affermare che le pratiche co-pro possono contribuire a migliorare prestazioni democratiche, trasparenza, responsabilità e senso civico. A questo livello l’attenzione è concentrata sui processi, la cui cura produce legittimità. Adottando il secondo criterio queste pratiche possono migliorare l’efficacia complessiva delle azioni messe in campo. La prospettiva aperta e inclusiva delle pratiche co-pro ci conduce ad un importante snodo teorico e metodologico, cioè alla necessità di una interazione dialogica e costruttiva fra due diverse tradizioni dell’azione sociale orientata al cambiamento e al benessere (welfare). Utilizzando il gergo della letteratura internazionale possiamo parlare, da un lato, di una tradizione maggiormente centrata sui servizi professionali (Agency-based) e, dall’altro, di una maggiormente centrata sulla comunità (Community-based). Si tratta di due approcci che da sempre interagiscono fra di loro e che in molti aspetti si influenzano e si ibridano ma che, in ogni caso, conservano alcuni tratti distintivi (più o meno enfatizzati) che abbiamo provato a sintetizzare di seguito (vedi Tabella 1)

Tabella 1. Approcci centrati sui servizi o sulla comunità: caratteristiche salienti

APPROCCIO CENTRATO SUI SERVIZI

Agency-based

APPROCCIO CENTRATO SULLA COMUNITÀ

Community-based

DEFINIZIONE DEI PROBLEMI Istituzioni e servizi definiscono i problemi più importanti su cui intervenire I membri della comunità definiscono i problemi più importanti su cui intervenire
ORIENTAMENTO Interventi prevalentemente incentrati su punti di debolezza e riduzione dei deficit Interventi prevalentemente incentrati su punti di forza, risorse e competenze
MODALITÀ DI AZIONE Le istituzioni forniscono servizi, informazione e/o educazione agli individui La comunità incrementa le sue risorse attraverso cambiamenti sociali
RUOLO DEI PROFESSIONISTI Sono principalmente i professionisti, anche consultando i membri della comunità, a determinare ciò che accadrà, quando e come Sono principalmente i membri della comunità, anche con il supporto dei professionisti, a determinare ciò che accadrà, quando e come
FINALITÀ DELLA PARTECIPAZIONE I membri della comunità, partecipando, aiutano a adeguare progetti e programmi servizi e a diffondere l’informazione I membri della comunità, partecipando, controllano e fanno propri progetti e programmi e iniziative che vengono attivati
FONTI DI AIUTO E SOSTEGNO Le fonti di aiuto, sostegno e supporto per le persone della comunità provengono in larga misura da servizi formalizzati e istituzionalizzati Le fonti di aiuto, sostegno e supporto per le persone provengono da tutti i settori e gli ambiti della comunità (formali, informali, istituzionali, naturali)
PRINCIPALI

DECISORI

Le decisioni chiave vengono prese, prevalentemente, dai responsabili degli enti gestori di servizi Le decisioni chiave vengono prese, prevalentemente, dalle persone della comunità interessate dal problema
VISIONE DELLA COMUNITÀ La comunità locale è concepita, in prevalenza, come un luogo dove esistono problemi e bisogni a cui rispondere e i residenti come fruitori di servizi La comunità locale è concepita, in prevalenza, come un luogo dove le persone vivono (con problemi e risorse) e i residenti come cittadini dalla condizione eterogenea
CONTROLLO DELLE RISORSE La comunità locale è nella condizione di esercitare un controllo debole rispetto

alle risorse per progetti e programmi

La comunità locale è nella condizione di esercitare un controllo discreto rispetto

alle risorse per progetti e programmi

POSSIBILITÀ DI PROTAGONISMO COMUNITARIO I membri della comunità hanno ridotte possibilità di partecipare direttamente al processo di costruzione e realizzazione di progetti e programmi I membri della comunità hanno consistenti possibilità di partecipare direttamente al processo di costruzione e realizzazione di progetti e programmi

 

La tesi che vogliamo sostenere è, allo stesso tempo, semplice e impegnativa. Pensiamo che un’interpretazione aperta e inclusiva delle pratiche co-pro possa contribuire in modo fattivo ad allestire setting collaborativi capaci di valorizzare caratteristiche, peculiarità e punti di forza di entrambe gli approcci, massimizzando l’efficacia dell’azione congiunta. Questo non significa annullare le differenze e le controversie. Non a caso si tratta di approcci che sono nati e si sono sviluppati a partire da paradigmi diversi, e in certi casi opposti. Sappiamo che la collaborazione può svilupparsi facilmente a partire dal consenso ma che può anche essere costruita a partire dal dissenso. In questo caso la collaborazione può sorgere quando si abbandona la prospettiva di una risoluzione dei conflitti per adottare un approccio trasformativo che rinuncia al mito della sintesi degli opposti. La collaborazione è fatta della stessa materia con cui è fatto il conflitto e si genera quando si riesce a generare, come scrivono Benasayag e Del Rey, «la connessione dell’eterogeneo e non l’omogeneizzazione del contraddittorio»[19].

Sono diversi i motivi per cui collaborando si riescono a raggiungere risultati migliori. L’inclusione di diversi attori consente una conoscenza aggiornata di bisogni e competenze delle comunità locali, progettazioni mirate, una più ampia mobilitazione di risorse e, soprattutto maggiore conformità e innovazione. Nel gergo economico i costi di conformità sono quelli sostenuti per rendere un prodotto o un servizio qualitativamente idoneo e, di contro, la non-conformità si riferisce agli oneri sostenuti per correggere un problema a o un’irregolarità. Predisporre programmi d’intervento senza tener conto del punto di vista delle persone a cui sono destinati espone ad una serie di rischi di natura politica, tecnica ed economica. Partecipazione e collaborazione aumentano i livelli di conformità delle iniziative, diminuendo drasticamente i conflitti in fase attuativa e abbattendo i costi gestionali. Preoccuparsi di includere i beneficiari (diretti e indiretti) nei passaggi cruciali di una politica pubblica o di un progetto a loro destinato aiuta tutti a comprendere più precisamente la posta in gioco, a costruire decisioni percepite come più legittime e a garantirsi la cooperazione in fase realizzativa.

Nell’ambito culturale dello Sviluppo di comunità è stato messo a punto un framework concettuale denominato Tree of Participation [20] che ci pare delineare in modo più preciso le caratteristiche del setting collaborativo a cui ci riferiamo. Il modello ha l’ambizione di ridurre le probabilità di un uso demagogico della partecipazione, soprattutto nei confronti dei gruppi sociali più fragili, svantaggiati o stigmatizzati. Il modello è simboleggiato e raffigurato come un albero (vedi immagine 1).

Immagine 1. L’albero della partecipazione

Un albero richiede, in primo luogo, un ambiente adeguato (il contesto), può essere curato (come può essere progettato un percorso co-pro) e costituisce una totalità vivente maggiore della somma delle sue parti (le componenti del percorso). Il modello aiuta a cogliere la complessità del processo partecipativo sia in termini diacronici (nel succedersi nel tempo) che sincronici (nel manifestarsi contemporaneo)

 

Il prima è rappresentato dalle radici, in particolare da tre fattori che sono considerabili come dei veri e propri precursori dell’empowerment partecipativo. L’allestimento di uno spazio sicuro, che favorisce un clima relazionale basato sulla fiducia è il primo di questi elementi. È necessaria una base iniziale di fiducia affinché gli attori sociali decidano di “prendere parte”, una fiducia sia in senso verticale (nei confronti delle organizzazioni) che orizzontale (fra gli altri attori coinvolti) che, se ben gestita, tenderà ad aumentare nell’evolversi dell’impegno. Oltre a creare uno spazio sicuro è fondamentale adottare misure che garantiscono il massimo grado di inclusività di soggetti e punti di vista generalmente poco rappresentati, se non addirittura marginalizzati. Si tratta di un versante decisivo per evitare il fenomeno dei cosiddetti “soliti noti”, persone e/o gruppi sociali molto presenti nelle arene pubbliche. Per questo motivo la terza radice implica l’’identificazione e la rimozione delle barriere al coinvolgimento, attraverso la messa a disposizione risorse e mezzi utili a rendere accessibile il processo. Il durante della partecipazione è visualizzato rappresentato dai rami, ognuno dei quali rappresenta i sette fattori che influenzano in modo significativo la dimensione dell’empowerment nello svolgersi del processo. In primo luogo, l’uguaglianza tra i partecipanti che fa emergere, rispetta e valorizza le diverse conoscenze e contributi. Garantire l’inclusività è una condizione necessaria ma non sufficiente per favorire la partecipazione attiva di attori sociali che devono «recuperare» uno svantaggio storico e sociale a causa di discriminazioni o stigmatizzazioni. Garantire l’uguaglianza significa pari potere per tutti i partecipanti durante il processo ma anche, se necessario, mettere in campo azioni positive a favore di chi fa più fatica a “prendere parte” (Equità) In secondo luogo, vi è il riconoscimento, la valorizzazione e l’integrazione di contributi che provengono da basi di conoscenza molto diverse: dal sapere locale, laico, informale, implicito e contestuale al know-how scientifico, esperto, formale, esplicito e universale. Chi ha esperienza di lavoro di comunità sa quanto questa valorizzazione sia tutt’altro che facile o scontata. Si tratta di agire sia nei confronti di sapere professionale, che non di rado appare lontano, difficile o astratto, che del sapere esperienziale, esposto ai rischi del soggettivismo, della approssimazione e degli stereotipi sociali.

Vi è quindi l’autenticità delle intenzioni e delle pratiche relative al processo. Con il termine “autentico” ci riferiamo, comunemente, a ciò che non è falso o falsificato. La mancanza di autenticità nei processi partecipativi e di pratiche co-pro implica una sorta di inganno, una promessa non mantenuta. Una finta partecipazione. È molto rischioso proporre (o peggio ancora, condurre) questo tipo di percorsi dissimulando il proprio scetticismo, per certi versi “facendo finta” di crederci. L’inautenticità viene facilmente percepita e, anche se mai nominata, agisce sottotraccia depotenziando l’intero processo. La trasparenza delle finalità, dei metodi e dei contenuti è un quarto punto. La partecipazione sociale si misura con il fenomeno della asimmetria informativa che caratterizza il rapporto fra istituzioni e comunità locali e, in virtù di ciò, deve configurarsi come un processo aperto e senza segreti. Per questo motivo rendere accessibili i dati e le informazioni è un fattore abilitante della partecipazione.

Va poi considerata l’agentività degli attori. Con questo termine ci si riferisce alla facoltà di “far accadere le cose”, intervenendo sulla realtà in modo da esercitare un potere causale. Possiamo dire che l’agente è qualcosa o qualcuno che produce o è sarebbe in grado di produrre un effetto: una causa attiva o efficiente. L’agentività partecipativa si manifesta quindi come autonomia nell’azione e promozione del cambiamento sociale. Il tema tanto decisivo quanto complesso. La partecipazione senza agentività rischia l’irrilevanza o, peggio ancora, il tokenismo, cioè il suo uso puramente nominale, simbolico o dimostrativo. A tutti è capitato di imbattersi in percorsi di co-pro fondamentalmente finti. Anche la rappresentanza basata su un mandato democratico gioca un ruolo importante. Per quanto la partecipazione non si esaurisca nella rappresentanza (né tanto meno nella delega) lo svolgersi del processo implica anche fenomeni di rappresentanza, nel senso di una correlazione fra chi “prende parte” e il gruppo / organizzazione a cui “appartiene” e da cui “proviene”; in altri termini chi è legittimato da questi a imprimere contenuto (la persona rappresentativa). Non è un raro imbattersi in temi di questa natura nei percorsi partecipativi di rete, che vedono l’adesione di diversi stakeholder, e in cui i diversi rappresentanti possono essere visti o percepiti più o meno “rappresentativi”.

Vi è infine la capacità di deliberare. Il termine deliberazione, come già detto in precedenza, rimanda a diversi significati. Da una parte indica la procedura formale di presa di decisione di un organo collegiale, per esempio un consiglio comunale (on a caso il testo che documenta e sancisce l’esito di questo processo è la dèlibera). Dall’altra parte si concentra, oltre che sulla procedura formale, sull’aumento delle interazioni che si rendono necessarie per prendere qualsiasi decisione pubblica. Le scelte collettive, infatti, non sono solo il frutto di negoziati o di aggregazione delle preferenze, ma sono anche l’esito di processi dialogici in cui le opinioni dei partecipanti si formano o si modificano durante il confronto. E qui siamo nel cuore stesso delle pratiche co-pro. Il dopo della partecipazione, infine, è rappresentato dalle chiome. Il contesto circonda l’albero (aria, suolo, altri alberi, piante, ecc.). Tutti le componenti, compreso il contesto, sono interconnessi. Non c’è alcun tipo di gerarchia di fattori. Ognuno è integrato con gli altri. I fattori che possono continuare a rafforzare o deresponsabilizzare i partecipanti dopo il processo includono la responsabilità (Accountability) e le informazioni di ritorno (Feedback).

Curare la responsabilità significa garantire che le decisioni prese siano attuate fedelmente e riflettano i risultati del processo partecipativo messo in atto, Il termine Accountability della Pubblica Amministrazione è spesso usato come sinonimo di trasparenza, apertura o buon governo. In questa sede assume un valore ancora più marcato, cioè, rendere conto della propria condotta nei confronti degli altri.  Questo implica essere messi sotto scrutinio, rispondere alle domande (anche a quelle scomode) e affrontare le conseguenze di un giudizio, positivo o negativo che sia. L’istituzione che propone e gestisce un processo partecipativo deve, cioè, rendere conto delle azioni pubbliche che ha condotto, rendendo disponibili le informazioni e fornendo le spiegazioni necessarie. La responsabilizzazione chiama in causa la necessità di tenere informate le persone circa l’utilizzo delle conoscenze che hanno fornito durante il processo (Feedback) in termini di idee, informazioni, dati, analisi, considerazioni, proposte, valutazioni di merito. Oltre ai fattori che spiegano come la partecipazione porti all’empowerment prima, durante e dopo il processo, una caratteristica chiave è rappresentata dalla flessibilità. I processi generativi si caratterizzano per la loro capacità di adattarsi sia quando si verificano cambiamenti nel tempo all’interno del contesto che, quando si realizzano in contesti del tutto nuovi o diversi. Non ci soffermiamo in questa sede sul ruolo e l’influenza che i fattori di contesto giocano rispetto ai percorsi co-pro. Il modello Tree of Participation ne individua sette, nello specifico: il tempo a disposizione; gli obiettivi del processo, le scale spaziali in cui ci si muove, la governance politica, le dinamiche di potere, la dimensione storica locale e i principali tratti culturali della comunità in cui si agisce. Ci siamo soffermati nella descrizione di questo modello perché pensiamo che la coprogettazione la coprogrammazione contemporanea non possono risolversi, come già prima affermato prima in modo gentilmente provocatorio, in un “ballo a due” fra Stato e Terzo Settore, ma debbano puntare decisamente su forme aperte, inclusive ed emancipanti attraverso l’allestimento di setting collaborativi capaci di catalizzare, organizzare e sostenere l’azione congiunta di una pluralità di attori sociali e facendo leva su saperi differenti e risorse eterogenee. Ci pare infine che l’efficacia concreta delle pratiche co-pro possa essere corroborata dalla interazione dialogica e costruttiva fra diverse tradizioni dell’azione sociale, valorizzando il meglio degli approcci centrati sui servizi (Agency-based) e di quelli centrati sulla comunità (Community-based), mettendo in conto una sana e fisiologica tensione dialettica fra di essi e puntando a forme di trasformazione dei conflitti (teorici, culturali, operativi, organizzativi) in prospettiva collaborativa, con un significativo vantaggio in termini di salute, benessere e sicurezza per le nostre società locali.


[1] Ripamonti E. (2019) Rigenerare comunità, promuovere benessere in Zamengo F. “Senso e prospettive del lavoro di comunità: sguardi interdisciplinari attraverso le voci del territorio”, Milano: Franco Angeli

[2] Sennet R. (2012) Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione. Milano: Feltrinelli

[3] Ripamonti E. (2018) Collaborare: metodi partecipativi per il sociale, Roma: Carocci.

[4] Hemerijck A., Matsaganis M. (2024) Who’s Afraid of the Welfare State Now? Oxford University Press

[5] Gargiulo E., Morlicchio E., Tuorto D. (2024) Prima agli italiani. Welfare, sciovinismo e risentimento, Bologna: Il Mulino      

[6] Saraceno C. (2021) Il welfare. Tra vecchie e nuove disuguaglianze, Bologna: Il Mulino

[7] D’Alena M. (2024) Fare assieme: una nuova generazione di servizi pubblici, Milano: Egea Edizioni

[8] Morin E. (2001), I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Milano, Raffaello Cortina, p. 113

[9] Maino F. (a cura di) (2022) Il ritorno dello Stato sociale? Mercato, Terzo Settore e comunità oltre la pandemia. Quinto Rapporto sul secondo welfare, Torino: Giappichelli

[10] Bianchi M. (2023) Il Community Development nel Terzo Settore italiano: cittadini ed enti costruttori di comunità, Milano: Franco Angeli

[11] CENSIS (2023), Rapporto sulla situazione sociale del paese, Milano: Franco Angeli

[12] Ambrosini M. (2016) Volontariato post-moderno, Milano: Franco Angeli, pag. 19

[13] Honneth A. (2019) Riconoscimento: storia di una idea europea, Milano: Feltrinelli

[14] Raccomandazione (UE) 2023/2836 della Commissione, Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea 12 dicembre 2023

[15] ISTAT, Rapporto BES 2022, pag. 138

[16] www.demos.it/rapporto.php

[17] Heinelt H. (2018) Handbook on Participatory Governance, Cheltenham (UK): Edward Elgar Publishing

[18] Floridia A. (2017) Un’idea deliberativa della democrazia: genealogia e principi. Bologna: Il Mulino.

[19] Benasayag M., Del Rey A. (2008), Elogio del conflitto, Milano: Feltrinelli, pag. 139

[20] Bell K., Reed M. (2018), The tree of participation: a new model for inclusive decision-making, “Community Development Journal”, Volume 57, Issue 4, October 2022, Pages 595–614