PERCHE’ FARE WELFARE E’ UN’IMPRESA COLLABORATIVA

Ennio Ripamonti
Editore: Erickson

Gli strumenti della coprogrammazione e coprogettazione rappresentano oggi una straordinaria opportunità per costruire forme di welfare territoriale più avanzate, efficaci e soddisfacenti. Il ruolo imprescindibile della comunità locale.


  • Citazione: Ripamonti, E. (2025), Perché fare welfare è un’impresa collaborativa, in Stanghellini A., Gillini G.M., Brunod, M. (2025). Coprogettazione sociale e beni comuni, Trento: Erickson

Costruire un welfare plurale e inclusivo. Possiamo definire la coprogettazione e la coprogrammazione (co-pro), sia come dispositivi «procedurali» che come modelli «processuali», da situare in una prospettiva politico-culturale caratterizzata da democrazia partecipativa e collaborazione sociale. Provenendo da una formazione e un orientamento incentrato sullo Sviluppo di comunità (Community Development) abbiamo sempre puntato ad un approccio che cercasse di andare oltre i “soliti noti”. Oltre i professionisti dei servizi e, per certi versi, anche oltre quelli che attualmente vengono chiamati Enti di Terzo Settore, attori fondamentali, sia chiaro, ma che non esauriscono le potenzialità di azione di un territorio[1]. L’approccio settoriale alle questioni sociali, anche nella sua versione più vitale fatta di entusiasmo e abnegazione, si mostra sempre più inadeguato ad affrontare i problemi contemporanei.  Ci riferiamo a un fenomeno riscontrabile sia sul piano personale (l’azione isolata del singolo operatore) sia sul piano organizzativo (l’azione isolata e scollegata di svariati attori sociali). D’altro canto, viviamo un’epoca in cui l’eccesso di auto-referenzialità e individualismo ci consegna un paesaggio culturale dove s’intravvedono a fatica valori condivisi e dove l’enfasi dell’interesse privato e particolare rischia di creare profondi squilibri. Questo ci porta ad affermare che gli strumenti a orientamento co-pro hanno bisogno di essere interpretati in maniera aperta e inclusiva, allargando il perimetro degli attori e coltivando un’intensa dinamica collaborativa. Non è eccessivo affermare che la collaborazione sia uno dei processi politico-culturali cardine della nostra epoca[2], un processo che ha bisogno di essere infrastrutturato e supportato sul piano tecnico-metodologico, con strategie, strumenti e tecniche coerenti e adeguate[3]. È indubbio che con l’irruzione dell’epidemia da Covid-19 il settore pubblico ha conosciuto una rinnovata centralità e protagonismo, basti pensare all’intensificazione delle politiche di welfare dell’amministrazione Biden negli Stati Uniti o al forte investimento del programma Next Generation Eu dell’Unione Europea. Non a caso il Festival dell’Economia di Trento del 2021 si era eloquentemente intitolato “Il ritorno dello stato” e diverse ricerche hanno segnalato una maggiore legittimazione dei sistemi di welfare europei.

Il welfare è il frutto migliore della democrazia. In un recente saggio dal titolo Who’s afraid of the welfare state now? si sostiene, ad esempio, che negli scorsi anni è cresciuta la consapevolezza di quanto sistemi di protezione sociale robusti e ben disegnati svolgano un ruolo fondamentale per la costruzione di società coese e economie solide[4]. Dopo una lunga stagione segnata dalla critica neoliberista al welfare pubblico si è cominciato a registrare un segnale di controtendenza, a partire dalla proclamazione del Pilastro europeo dei diritti sociali (2017), un’iniziativa tesa a ridurre le disuguaglianze e rafforzare l’inclusione all’interno dell’Unione Europea. L’importanza dei sistemi di protezione sociale per la salute e il benessere dei cittadini è diventata ancora più evidente nello scenario pandemico e post-pandemico. Se da una parte, quindi, il welfare non sembra fare più paura, dall’altra si osserva l’ascesa di una prospettiva che possiamo chiamare sciovinistica, basata sulla messa in discussione del carattere universalistico e inclusivo dei sistemi di protezione sociale[5]. L’idea è che l’accesso al welfare debba essere sottoposto ad una serie di criteri identitari, culturali e di appartenenza. Questa ridefinizione restrittiva dei servizi pubblici, bandiera di molti partiti e movimenti xenofobi e nazionalistici, fa perno su una sorta di “comunità di meritevoli” e alimenta dinamiche di discriminazione istituzionale. Se nei paesi in cui lo Stato Sociale è forte e strutturato la proposta è quella di escludere gli stranieri dal sistema, in quelli in cui il welfare è meno strutturato (come l’Italia) i motivi dello sciovinismo sono proprio i limiti di servizi e prestazioni, che non possono essere ulteriormente messi sotto pressione. L’universalismo è un elemento costituivo del modello sociale europeo e i sistemi di welfare rappresentano il frutto migliore delle nostre democrazie. Se non si fanno politiche di prevenzione le disuguaglianze crescono, con un forte impatto sulla salute e il benessere di ampi segmenti della popolazione[6].

Creare densità istituzionale. Per contrastare questa deriva sono necessarie politiche aperte e inclusive e forme di governance caratterizzate da una compartecipazione plurima di istituzioni e attori sociali quantitativamente elevata e qualitativamente differenziata. È proprio la costruzione di questa densità istituzionale che consente di affrontare con maggiore efficacia quei problemi la cui complessità richiede imprescindibilmente la messa in campo di azioni congiunte. Va detto che queste politiche sono chiaramente figlie della crisi di rappresentatività e di legittimazione delle istituzioni pubbliche, sempre più spesso incapaci ad affrontare e risolvere i problemi che le interpellano. Il concetto stesso di governance può essere visto come il tentativo di riconfigurare la relazione pubblico-privato nell’ambito di una comune strategia d’intervento che li vede entrambe impegnati in compiti d’interesse collettivo. Questo implica un rilevante cambiamento rispetto al piano delle competenze, dei compiti e delle funzioni. Si viene a ridisegnare il ruolo complessivo dello Stato (nelle sue diverse articolazioni istituzionali e territoriali), meno incentrato sul comando e il controllo e più proiettato sulla facilitazione e il coordinamento dei processi decisionali e sulla promozione di coesione sociale dando vita, in tal modo, ad una nuova generazione di servizi pubblici[7].

Tutto ciò richiede immaginazione e investimento, ideale e pragmatico, nell’arricchimento delle forme di democrazia. Ragion per cui nelle politiche di governance oltre alla forma fondamentale della democrazia rappresentativa (elezioni) si cerca di affiancare, integrandole in modo congruente, approcci quali la democrazia deliberativa e la democrazia partecipativa. Ogni sistema politico democratico presuppone una struttura per decidere e una struttura per partecipare. La minima struttura per partecipare è quella finalizzata a costruire la legittimità della struttura per decidere. In questo caso, si presuppone che la partecipazione si esaurisca interamente nell’azione di votare e, di conseguenza, la struttura per partecipare diventa, di fatto, una struttura per votare, mentre la partecipazione si presenta nella forma di routine consolidate che riguardano esclusivamente le istituzioni di rappresentanza. Come scrive Edgar Morin: La democrazia si fonda sul controllo dell’apparato di potere da parte dei controllati e, con ciò, riduce l’asservimento; in questo senso la democrazia è più che un regime politico, è la rigenerazione continua di un anello complesso e retroattivo: i cittadini producono la democrazia che produce i cittadini[8]. Ed è proprio questo circuito generativo fra democrazia e cittadinanza che è al centro dei mutamenti significativi sul fronte del cosiddetto «secondo welfare»: welfare aziendale territoriale, welfare filantropico e welfare di prossimità[9].

I problemi sociali sono problemi comuni. Se è vero che i sistemi di welfare più avanzati non possono più fare leva sul solo protagonismo del pubblico è altrettanto vero che non possono risolversi in un “ballo a due” fra Stato e Terzo Settore. È indubbio che il miglior terzo settore italiano sia un formidabile incubatore di intelligenze, idee e progettualità innovative, oltre che un affidabile gestore di servizi. Le realtà più interessanti di questo mondo riescono a coniugare la qualità degli interventi individuali (servizi alla persona) con la capacità di generare legami sociali, contribuendo in tal modo a «fare comunità»[10]. Oltre al binomio Stato-Terzo Settore vanno perciò considerati i contributi che provengono dal variegato universo dell’impegno sociale diffuso e delle imprese. Nella nostra esperienza di lavoro sociale territoriale capita sempre più frequentemente di incontrare interlocutori inediti: dall’azienda agrituristica all’artigiano del quartiere, dalla filiale di una catena della grande distribuzione alla piccola pizzeria di paese, dallo studio professionale all’istituto di credito, dalla start up tecnologica al negozio di prossimità. Certo, la situazione è diversa da regione a regione, in una città di piccole dimensioni o in un’area metropolitana densamente popolata, ma il fenomeno è interessante, anche perché recupera e riprende una tradizione che in Italia ha avuto esperienze significative e che oggi è al centro del dibattito e delle sperimentazioni della cosiddetta «economia civile», una concezione del rapporto mercato-società che si basa su principi “altri” dal solo profitto e scambio strumentale e dove socialità, felicità e bene comune possono essere riscoperte proprio in chiave economica.

Il testo completo è all’interno del volume Co-progettazione sociale e beni comuni


[1] Ripamonti E. (2019) Rigenerare comunità, promuovere benessere in Zamengo F. “Senso e prospettive del lavoro di comunità: sguardi interdisciplinari attraverso le voci del territorio”, Milano: Franco Angeli

[2] Sennet R. (2012) Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione. Milano: Feltrinelli

[3] Ripamonti E. (2018) Collaborare: metodi partecipativi per il sociale, Roma: Carocci.

[4] Hemerijck A., Matsaganis M. (2024) Who’s Afraid of the Welfare State Now? Oxford University Press

[5] Gargiulo E., Morlicchio E., Tuorto D. (2024) Prima agli italiani. Welfare, sciovinismo e risentimento, Bologna: Il Mulino      

[6] Saraceno C. (2021) Il welfare. Tra vecchie e nuove disuguaglianze, Bologna: Il Mulino

[7] D’Alena M. (2024) Fare assieme: una nuova generazione di servizi pubblici, Milano: Egea Edizioni

[8] Morin E. (2001), I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Milano, Raffaello Cortina, p. 113

[9] Maino F. (a cura di) (2022) Il ritorno dello Stato sociale? Mercato, Terzo Settore e comunità oltre la pandemia. Quinto Rapporto sul secondo welfare, Torino: Giappichelli

[10] Bianchi M. (2023) Il Community Development nel Terzo Settore italiano: cittadini ed enti costruttori di comunità, Milano: Franco Angeli