MAPPARE IL TERRITORIO CAMMINANDO, INSIEME

Ennio Ripamonti & Davide Boniforti

Metodologie partecipative come la Passeggiata di Quartiere e la Empaty Map consento di realizzare mappe di comunità basate su coinvolgimento, ascolto, empatia, dialogo e narrazione 


CITAZIONE: Ripamonti & Boniforti (2025), Mappare il territorio camminando, insieme. in “Animazione Sociale”. N. 383-2025


La mappa (non) è il territorio. Se c’è un classico del lavoro sociale di comunità è la mappatura del territorio. Non c’è libro, articolo o linea guida sul tema che non suggerisca la necessità di conoscere il contesto prima di agire (paese, quartiere, rione o isolato che sia). La letteratura sull’argomento è vasta, composita e multidisciplinare. Abbiamo avuto modo di suggerire, ad esempio, la tecnica dei Profili di comunità[1], una delle più complete e dettagliate. Com’è noto i sistemi di mappatura basati su dati oggettivi, fonti documentali e analisi statistiche offrono una rappresentazione quantitativa e strutturata del territorio che è fondamentale per produrre indicatori sociodemografici, economici e ambientali, rilevare disuguaglianze territoriali, supportare programmazione strategica e valutazione delle politiche pubbliche. Le potenzialità di questi approcci sono l’elevata precisione e comparabilità, la facilità di visualizzazione e modellazione e l’utilità per la presa di decisioni evidence-based.

Il rischio di mappature “fredde”. Fatta salva l’importanza di questo tipo di conoscenze, molti anni di esperienze progettuali su base comunitaria ci hanno consentito di constatarne una serie di limiti: dal rischio di astrazione al distacco dal vissuto locale, dall’esclusione dei saperi informali e delle percezioni alla mancanza di coinvolgimento diretto delle persone che vivono quotidianamente il contesto “oggetto” di analisi. Il tipo di mappa che si riesce a produrre tende cioè, inevitabilmente, a trascurare le dimensioni simboliche e affettive del territorio, quantomai centrali per la costruzione dell’identità locale, il senso di appartenenza e la partecipazione civica[2]. L’esperienza sul campo ci ha quindi portato ad utilizzare, integrandoli, altri sistemi di mappatura che privilegiano esplorazione attiva, corporeità, ascolto, empatia, dialogo e narrazione. Pratiche capaci di valorizzare memorie locali, conoscenze non formalizzate, protagonismo degli abitanti, costruzione di senso e visione comune. L’elemento ricorrente di molte di queste pratiche è la ricerca di un contatto diretto con i territori tramite diverse modalità di cammino. Questa “famiglia” di metodi interazionali si è rivelata  quantomai utile per innescare e accompagnare percorsi di co-progettazione area-based e costruire soluzioni collaborative su questioni sociali complesse. Anche qui, ovviamente, dobbiamo prestare attenzione ad alcuni limiti evidenti: una minore standardizzazione e replicabilità dei dati, il rischio di parzialità o di esclusione di alcune voci e, non da poco, la necessità di una facilitazione esperta e rigorosa, come vedremo nelle pagine seguenti.

Elogio del camminare. Negli ultimi anni, il cammino ha conosciuto una vera e propria rivalutazione trasversale, diventando una pratica centrale in diversi ambiti: turismo, cultura, arte, commercio, educazione e urbanistica. Camminare non è solo un gesto funzionale, ma rappresenta un vero e proprio linguaggio sociale e simbolico, una modalità di cura, esplorazione e attivazione. Sono molti gli ambiti di rivalorizzazione contemporanea del cammino. In ambito sanitario viene riconosciuto come terapia non farmacologica per la prevenzione e la cura di molte patologie. È utilizzato in percorsi di riabilitazione motoria, gestione dello stress, cura della depressione e in programmi di salute mentale comunitaria. Camminare aumenta il flusso sanguigno e l’ossigenazione del cervello (migliorando le funzioni cognitive), promuove la neuroplasticità, stimola l’ippocampo, favorisce la memoria e l’attenzione sostenuta, aumenta la produzione di endorfine e riduce la tendenza alla ruminazione mentale. Nel campo del turismo esperienziale e spirituale percorsi storici come il Cammino di Santiago, la Via Francigena, o i Cammini di San Francesco sono diventati esperienze immersive, dove il viaggio è anche una modalità di trasformazione interiore. Sempre più persone sono alla ricerca di esperienze che uniscano cultura, natura e introspezione, e il cammino risponde perfettamente a questa domanda. Che si tratti di un itinerario solitario o di una marcia collettiva, il movimento ritmico e prolungato attiva processi neurobiologici, emotivi e creativi che trasformano il modo in cui pensiamo, sentiamo e ci relazioniamo, con noi stessi, gli altri e l’ambiente.

Camminare come atto socioculturale. Nell’ambito del marketing territoriale diversi centri urbani stanno riscoprendo il valore del cammino anche per rivitalizzare il commercio locale. Aree pedonali, percorsi tematici e esperienze di shopping lento favoriscono la permanenza, la scoperta e la relazione. Il cammino diventa così motore economico, capace di generare valore attraverso la scoperta di filiere produttive e reti di distribuzione a Km0. Nel campo della rigenerazione urbana e dell’arte pubblica camminare è un modo per rileggere il territorio, attivare la memoria collettiva e costruire visioni condivise. Ed è proprio questo un ambito che ci interessa approfondire, in quanto mette in luce la dimensione sociale, culturale e politica del camminare. Non c’è dubbio che camminare possa essere un atto sociale, in quando consente una esplorazione collettiva dello spazio pubblico; non è solo spostarsi, ma pensare insieme, condividere esperienze, generare cultura relazionale.

D’altro canto, camminare è un atto culturale, non a caso celebrato da filosofi come Rousseau, Nietzsche, e Benjamin e da artisti e poeti come Wordsworth e Sebald. È una pratica che stimola riflessione, creatività e contemplazione. Camminare è “scrivere con i piedi”, fare esperienza del mondo in modo incarnato e sensibile. La figura del flâneur, il passeggiatore urbano, magistralmente descritta da Baudelaire, incarna perfettamente questa postura: osservatore attento e solitario, esploratore lento del quotidiano e costruttore di senso. Il tema del movimento, fra l’altro, ha un ruolo centrale nelle attività di ricerca di diverse avanguardie. I dadaisti conducevano gruppi di artisti attraverso i territori senza lasciare tracce fisiche o azioni tangibili. Nel surrealismo si paragona lo spazio urbano a un viaggio introspettivo, trasformando il camminare in un’occasione di esplorazione delle aree meno visibili e note della città.

L’idea di psicogeografia. Il movimento lettrista supera l’uso della parola concentrandosi su rappresentazioni poetiche e artistiche in cammino, anticipando in qualche modo la psicogeografia, un campo d’indagine interessato a scoprire come il contesto urbano agisca sule emozioni e il comportamento delle persone. È nella esperienza delle cosiddette derive che il filosofo Guy Debord elabora l’idea di un’esplorazione territoriale motivata e condotta principalmente dalla curiosità di chi passeggia e dal desiderio di poter esplorare anche gli stessi luoghi in diversi momenti della giornata. In questo modo la mappatura si configura progressivamente come un fenomeno dinamico, caratterizzato da una continua evoluzione ma anche da ricorrenze significative. Da luoghi frequentati in momenti specifici della giornata, a spazi che vengono percepiti come sicuri o più critici solo in alcuni orari e giorni della settimana. Dall’interesse artistico ereditiamo l’opportunità di recuperare le tracce di vita e di assenza che attraversano un contesto, le sue narrazioni, gli espliciti e gli impliciti, cercando di attribuire senso a ciò che riempie o svuota di significato e vitalità lo spazio. Nondimeno la capacità di condizionare il comportamento dell’uomo nelle sue aspirazioni di trasformazione e creazione.

Il gesto politico del camminare.  In un mondo dominato dalla mobilità automobilistica e dalla privatizzazione dello spazio urbano camminare può diventare (anche) un gesto politico, un modo per riappropriarsi della città, rivendicare il diritto alla lentezza, alla prossimità e alla cura del territorio. Una forma di resistenza alla frammentazione sociale, all’isolamento e alla marginalizzazione dei soggetti più fragili. Stephanie Springgay e Sarah Truman, nel loro WalkingLab (2019) esplorano il concetto del camminare come pratica critica e creativa, un approccio interdisciplinare che integra metodi delle arti, studi culturali, pedagogia e filosofia, offrendo nuovi modi di pensare la mobilità e la produzione di conoscenza.

Da questo punto di vista camminare rappresenta una pratica di “ricerca-creazione”, mirata a interrogare questioni di potere, genere, etnia e ambiente. Una pratica che può assumere i toni di un atto critico e di giustizia sociale, un modo per connettersi con i territori attraverso le storie e le epistemologie dei segmenti di popolazione più marginalizzati o stigmatizzati. I corpi che camminano possono inoltre essere percepiti e regolati diversamente. Ad esempio, il camminare di una donna in un quartiere periferico può essere interpretato come un atto diverso rispetto al camminare di un uomo bianco in uno spazio privilegiato. Camminare insieme può così trasformarsi in un’azione politica, una strategia per rivendicare diritti, visibilità e appartenenza, rafforzando senso di comunità e solidarietà. Le autrici promuovono anche pratiche di remapping (ridisegno delle mappe) per mettere in luce relazioni storiche ed ecologiche spesso nascoste, come quelle presenti in territori segnati dal colonialismo, dove conoscenze e significati indigeni sono stati cancellati o dimenticati.

Per l’articolo completo (12 pagine) vai al sito della rivista Animazione Sociale 383/2025


[1] Ripamonti & Boniforti, Metodi collaborativi: strumenti per il lavoro sociale di comunità (2020)

[2] Ripamonti & Boniforti, Fare partecipazione in modo inclusivo e emancipante, Animazione Sociale, 377/2025