CONOSCERE I CONTESTI SOCIALI CON CHI LI VIVE

Ennio Ripamonti & Davide Boniforti

Nel lavoro sociale di comunità l’azione di mappatura e analisi di contesto è un’attività imprescindibile che, nella tradizione della ricerca-azione partecipata, diventa un’occasione di attivazione civica, di autoriflessione collettiva e di ascolto del legame emotivo fra persone e luoghi.


Citazione: Ripamonti & Boniforti (2026), Conoscere i contesti sociali con chi li vive, in “Animazione Sociale”. N. 389

Come quasi tutti i metodi collaborativi, anche il Future Workshop (o Future Lab) nasce dal desiderio di promuovere cambiamenti sociali partecipati 


Nell’ambito del lavoro sociale di comunità si sono sviluppate diverse pratiche di mappatura e analisi territoriale basate sul coinvolgimento dei cittadini. Abbiamo già avuto modo di presentarne alcune in precedenza e, con questo articolo, ne suggeriamo di ulteriori, poiché pensiamo che gli interventi sociali contemporanei debbano dotarsi di strumenti utili a riconnettere persone e luoghi, individui e gruppi, contrastando isolamento e anomia. D’altro canto, com’è noto, ciò che ci circonda racconta, abita il presente e porta con sé i segni lasciati dalle generazioni che ci hanno preceduto; tracce talvolta evidenti, altre volte più sottili, quasi nascoste.

Fin dalle origini dell’umanità, il rapporto con lo spazio ha occupato una posizione centrale nella vita degli esseri umani. Dalla preistoria a oggi, la tensione costante tra migrazione e sedentarietà ha contribuito a plasmare non solo le forme dell’abitare e dello spazio fisico, ma anche le relazioni tra individui e comunità, profondamente influenzate dai luoghi vissuti. Nel tempo, questi processi hanno progressivamente “addomesticato” l’esperienza umana dello spazio, introducendo nuove modalità di controllo e appropriazione del territorio, fino a renderlo parte integrante della casa attraverso confini, appartenenze e identità.

Diverse discipline si sono occupate di indagare il rapporto fra persone e luoghi elaborando costrutti come place attachment, place identityplace dependance. Molto studiato e consolidato, soprattutto in psicologia ambientale e geografia umana, il senso del luogo, un concetto particolarmente interessante per operatrici e operatori impegnati in progetti in cui è rilavante l’interazione fra soggetti e contesti di vita: rigenerazione urbana, povertà relazionale, emarginazione, isolamento territoriale e altri ancora. Per il geografo Yi-Fu Tuan l’esperienza rappresenta la chiave per comprendere il significato dei luoghi. Con questo termine egli indica l’insieme dei modi attraverso cui gli esseri umani entrano in relazione con il mondo: un processo che va oltre la percezione sensoriale e che coinvolge pensiero, memoria ed emozioni. Secondo l’autore i sensi non agiscono mai in maniera neutra, ma vengono costantemente filtrati e interpretati dalla mente. Si tratta di forme di conoscenza intime, spesso difficili da trasferire ad altri: il profumo di un luogo o la morbidezza di un tessuto appartengono alla sfera personale e rimangono, in larga parte, incomunicabili. Vista e udito hanno invece una dimensione più pubblica, perché consentono di creare rappresentazioni condivisibili, come mappe, immagini o descrizioni.

Il luogo come narrazione collettiva. Osservare, per Tuan, non è soltanto registrare ciò che appare, ma anche pensare in forma visiva, organizzando e dando struttura all’esperienza. Un luogo prende forma quando l’esperienza umana gli attribuisce significato. Può essere conosciuto in modo astratto, come un punto su una mappa o un insieme di dati, oppure, più personalmente, attraverso un legame emotivo o una percezione intensa e viscerale. Sensazioni corporee (odori, colori, mutamenti stagionali) si fondono così con conoscenze mediate (storia, cartografia, immagini simboliche), dando vita a un quadro complesso e vivo. Le dimensioni personali e collettive si intrecciano inevitabilmente. Il rapporto tra individuo e contesto può farsi racconto: alcune percezioni diventano condivisibili, fino a trasformarsi in patrimonio comune di una comunità. Uno spazio diventa luogo proprio quando si fa centro di significato, nascente dall’incontro tra vissuti individuali e rappresentazioni collettive. I contesti hanno influenzato i comportamenti umani, mentre l’umanità, a sua volta, ha plasmato i contesti in modi diversi e spesso profondamente distinti. Nel celebre Vita e morte delle grandi città (1961) l’antropologa Jane Jacobs ha mostrato quanto le città hanno la capacità di fornire qualcosa per tutti, solo perché, e solo quando, sono create da tutti.

Nel lavoro sociale di comunità l’azione di mappatura e analisi di contesto è un’attività imprescindibile che, nella tradizione della ricerca-azione-partecipata, diventa una occasione di attivazione civica e di autoriflessione collettiva, in cui assume un valore rilevante l’intensità emotiva del rapporto fra abitanti e ambiente di vita. In questa prospettiva, risulta particolarmente interessante la Scala della mappatura emotiva, uno strumento concettuale elaborato nell’ambito della pianificazione urbana inclusiva. La scala, qui proposta in una nostra versione rielaborata, riprende diversi elementi di modelli precedenti e si articola in tre livelli  in base al grado di coinvolgimento dei cittadini rispetto alla pianificazione.

Al primo livello della scala (il più basso) i significati degli abitanti hanno scarsa rilevanza e una capacità del tutto marginale di incidere sul processo di lettura, analisi e interpretazione di un determinato contesto. Fattore non da poco se si considera quanto le diagnosi contenute nelle mappature possono influenzare le strategie di intervento. La visione “oggettiva” di una comunità corre il rischio di smarrire la “soggettività” di chi la vive. Questa consapevolezza apre alcune domande critiche: che cosa perdiamo quando analizziamo un territorio esclusivamente attraverso strumenti tecnici o sguardi esperti? Quali storie, significati e narrazioni restano fuori da questa rappresentazione? Che forma prendono i progetti che nascono da queste premesse?

Al secondo livello della scala (intermedio) prende forma una relazione partecipativa più densa e significativa, pur conservando un’impostazione asimmetrica sul piano decisionale. Si instaura un rapporto bidirezionale tra abitanti e responsabili del progetto, che apre spazi di dialogo, ascolto e confronto. Tuttavia, il potere decisionale resta in gran parte nelle mani degli esperti o delle autorità competenti, riducendo l’incidenza effettiva della partecipazione cittadina sulle scelte finali. Proprio per questo, diventa cruciale integrare in modo sistematico i contributi emersi dal confronto con gli abitanti, a partire da alcune domande chiave: in che modo i cittadini attribuiscono valore ai luoghi che abitano? Quali significati simbolici emergono e per quali ragioni? Come si intrecciano emozioni, identità e memoria nei vissuti legati allo spazio?

Il terzo livello della scala (il più avanzato) rappresenta una fase di piena integrazione, dove i dati raccolti assumono un ruolo centrale nelle scelte progettuali. I cittadini non si limitano a fornire input o a partecipare passivamente, ma diventano protagonisti attivi del dibattito urbano. Questa dinamica genera una vera e propria co-pianificazione condivisa, nella quale le rappresentazioni, i significati e i risvolti emotivi degli abitanti esercitano un’influenza diretta e determinante sulla visione urbana complessiva, sul design territoriale e sulle decisioni collettive che ne derivano. La mappa non è solo uno strumento descrittivo, ma diventa un processo trasformativo. Richiede quindi tempi distesi e un processo più accurato, capace di riservare spazio a momenti strutturati di confronto e di analisi delle diverse rappresentazioni emerse. In questa prospettiva, alcune domande possono orientare il lavoro interpretativo: quali narrazioni risultano in tensione o in contrasto tra loro? Quali, invece, entrano in dialogo e si rafforzano reciprocamente? Quali visioni di futuro le persone proiettano nel modo in cui oggi rappresentano i luoghi? In che misura la forma immaginata della città riflette il background sociale e storico degli abitanti, in termini di usi, pratiche e tradizioni? Il rapporto tra la nostra esperienza e il mondo che ci circonda può essere un’occasione per lasciarsi guidare dall’ambiente circostante e utilizzare i molteplici sensi per mappare il territorio. È su questo semplice principio guida che si basa la Passeggiata dei cinque sensi, un metodo di mappatura che fa leva su tutti i canali sensoriali di un gruppo di persone non solo per “registrare stimoli” ma anche per collocarli in una cornice situata, aiutando a svelare ciò che di un luogo è più nascosto e non solo ciò che si mostra con più evidenza. Ogni senso dei cittadini-osservatori (o meglio, dei cittadini-esploratori) si trasforma in una lente d’ingrandimento (ma anche in un sismografo sociale) delle diverse dimensioni in cui si struttura un determinato territorio locale, restituendone, almeno in parte la complessità. L’amalgama, a volte sintonica e altre distonica, delle informazioni raccolte dalla multi-sensorialità dei soggetti impegnati nella camminata consente di costruire un quadro d’insieme utile ad orientarsi nel contesto, tra risorse, criticità, aree di benessere e angoli problematici.

Per l’articolo completo (12 pagine) vai al sito della rivista Animazione Sociale 389/2026